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Una ikea di università - Maurizio Ferraris

Una ikea di università

Maurizio Ferraris

Cortina

Milano 2001

8870786994

Quale di questi insegnamenti è stato messo a concorso il 13 dicembre 2000 dalla Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Torino? 1) Dieta mediterranea; 2) Editoria multimediale; 3) Guida veloce.

Mentre ancora si dibatteva di neotelevisione, sorgeva la neouniversità, con tutte le sue fisime (l’insistenza sui nuovi media, l’ossessione della professionalizzazione), che hanno indotto un ateneo a istituire lauree in detective, trascurando per il momento l’ipotesi di lauree in astrologia.

Non è difficile vedere la contraddizione: nel momento in cui più si predica, e a giusto titolo, la necessità di arricchire le competenze (e questo può venire solo dalla conoscenza dei princìpi), in un mondo lavorativo che cambia e cambierà sempre più, proliferano corsi di laurea che più applicativi non si può.

Questa contraddizione non porterà nulla di buono, a meno che se ne tenga conto, come viene suggerito in questo libretto, satirico, sì, ma basato tutto su fatti e circostanze rigorosamente constatabili.

Indice

Novelle dal ducato in fiamme, p. 9 – Master Web Careers , p. 11 – Vivere senza lavorare, p. 12 – Bando di arruolamento, p. 14 – Job Placement, p. 16 – Seminario di facoltà, p. 17 – Cortesia, puntualità, efficienza, p. 19 – Ricerca di insegnamento, p. 21 – Vent’anni dopo, p. 22 – La filosofia delle neouniversità, p. 24 – Media Transforming Reality, p. 25 – L’età dello spirito, p. 27 – www.brondi.it, p. 29 – L’età del Jazz, p. 32 – Sommergibilisti e navigatori di superficie, p. 33 – Contessa, che è mai la vita?, p. 37 – Ricerca della verità, p. 38 – Fidanzati dell’essere, p. 40 – Ex voto, p. 43 – Trasmissione del pensiero, p. 45 – “La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca”, p. 46 – Miracoli, p. 49 – Il Vicario di Cristo, in terra, p. 51 – La Madonna in orbita, p. 53 – Tammurriata nera, p. 57 – Emporio etico, p. 59 – Matinée Guermantes, p. 61 – L’ermeneutica nel pallone, p. 64 – Il concetto e l’architetto, p. 66 – Sokal e Di Bella, p. 68 – L’anticristo e il re buono, p. 71 – I nietzscheani di una volta, p. 73 – “Abbiamo scherzato”, p. 78 – L’arte di ottenere ragione, p. 80 – Un caso clinico di Musatti, p. 82 – Sensi di colpa e colpe vere e proprie, p. 84 – Esame di radio, p. 87 – Homo sum et nihil humani ecc., p. 90 – Al circolo della stampa, p. 93 – Vasi a Sa(nre)mo, p. 95 – Come si vince un concorso, p. 98 – Cinema e università, p. 100 – Passeggiando a Montpellier, p. 102 – Rue Saint Jacques e rue d’Ulm, p. 104 – Dentro al vulcano, p. 105 – S(e)colarizzazione, p. 106 – Il quizzone, p. 109 – La prevalenza del telefonino, p. 110 – La Luna, p. 115 – Uno dei Mille, p. 116

Recensioni

  • 22/06/2001, G. Casagrande, G. Mozzato, Wuz Cultura & Spettacolo
  • 24/06/2001, Il sole 24 Ore, M. Santambrogio.
  • 11/07/2001, A. Callegari, SWIF.
  • M. Candito, L’Indice, n. 10, 2001
  • Marzo 2011, Bibliotime, anno XIV, numero 1, “La responsabilità sociale delle biblioteche delle università”, Leonarda Martino.
  • La responsabilità sociale delle biblioteche delle università *, di Leonarda Martino

Abstract

University libraries provide their services for inner bodies addressed mainly to research and education. Talking about libraries’ responsibilities implies that this wider institutional role of the university must be taken into account. Libraries are in fact the places where research and education processes meet their expected tangible result, in the form of new knowledge being generated and available therein, and also for their manifold impact on society (both in terms of research quality, and for the creation and growth of professionals). The paper deals with the role that libraries, in the significant crisis now traversing the university system, can play by strongly promoting their knowledge, and by boasting their cultural attractiveness in terms of competitive advantage for the territory and for the services delivered to students, being them the main and strongest link towards the society and the future.

Premessa

Il titolo di questa relazione dovrebbe più correttamente suonare come La responsabilità sociale dell’università attraverso le sue biblioteche: è, infatti, a partire dalla struttura di cui sono supporto che, per questa tipologia di biblioteche, si possono delineare delle aree di applicazione della responsabilità sociale e progettarne/proiettarne gli effetti su un campo più vasto di quello strettamente istituzionale.

Prenderò le mosse quindi da una riflessione sulla responsabilità sociale (1), mi soffermerò poi sull’università (2); proseguirò quindi cercando di fare interagire alcuni spunti teorici di diversa provenienza (3.1, 3.2, 3.3), per suggerire infine qualche possibile applicazione per le biblioteche universitarie (4).

1. Che cosa intendiamo con responsabilità sociale? [1]

“Aggregato di pratiche e di teorie” e insieme “movimento culturale (o addirittura politico)” [2], la responsabilità sociale dà sistemazione teorica e tecnica all’assunto che l’impresa economica possa (debba) rendere conto del suo operato non solo sul piano dell’efficienza economica, ma anche della sua virtù etica e sociale; che il successo economico, il profitto, non basti a giustificare l’iniziativa economica, ma che l’impresa sia tenuta ad una restituzione verso la più vasta comunità dei suoi “portatori di interessi” (stakeholder) e non solo verso i suoi azionisti (shareholder, stockholder) [3].

Non è irrilevante che la responsabilità sociale d’impresa si sviluppi, negli U.S.A., sul piano delle applicazioni pratiche, in una prima fase negli anni ’70 e in una successiva a partire dagli anni ’90: nel primo caso a seguito di un’ondata di scandali senza precedenti [4], nel secondo, dopo il decennio di deregulation che aveva interrotto la crescita in chiave di “capitalismo regolato” dagli anni ’50 agli anni ’70 [5] e come riconoscimento del fatto che le regole di funzionamento del mercato non sono diverse da quelle che valgono per la società nel suo insieme, che il sussistere di corrette relazioni di fiducia è la pre-condizione dell’esistenza di scambi.

Da qui, il dovere per l’impresa di rendere conto delle sue scelte sul piano etico attraverso una misurazione e una comunicazione trasparente che si articola nel complesso di strumenti tecnici che va sotto il nome di contabilità sociale: [6] dovere che discende da norme esterne (leggi) [7], oppure frutto di un’auto-regolamentazione volontariamente datasi dall’impresa [8], nell’accettazione di un limite alla sfera dell’economico, di un suo temperamento con altre istanze ma insieme nella scoperta che i vincoli e i doveri provenienti dall’esterno non sono necessariamente un rischio di riduzione del profitto ma possono essere un’occasione di vantaggio competitivo [9].

Stando a quanto detto fin qui, trasferire il concetto di responsabilità sociale e l’insieme dei suoi strumenti tecnici al settore pubblico potrebbe apparire come una forzatura, dato che i servizi di pubblica utilità, indipendentemente dal loro assetto proprietario, hanno una responsabilità sociale in sé. In realtà, il concetto di responsabilità sociale si dimostra potente, anche in quest’ambito, sotto almeno tre aspetti: sviluppa all’interno dell’organizzazione una cultura dell’accountability, della responsabilità sociale per sé, redendendo esplicito il rapporto tra le attività e gli interessi degli stakeholder; contrasta le tendenze degenerative in senso auto-referenziale, sottoponendo le amministrazioni all’abbligo di dar conto pubblicamente del loro operato e delle finalità perseguite; stimola alla ricerca dell’efficienza [10].

Sembra di poter dire che, purtroppo, quest’ultimo aspetto nel nostro Paese sia risultato sovraesposto: l’efficienza, che peraltro è già prescritta da un vasto corpus di norme e regolamenti e controllata da apposite magistrature, è stata sempre di più il solo terreno sul quale le pubbliche amministrazioni vengono chiamate ad esibire la propria virtù [11]. Non è la qualità dei servizi l’obiettivo perseguito ma la dimostrazione che il loro costo unitario viene tenuto basso: non si cerca di innalzare la qualità ma di renderla meno costosa.

Quindi, nel settore pubblico, l’eperienza italiana ha visto un’applicazione della responsabilità sociale per cosi dire simmetricamente opposta a quella del settore privato: mentre in questo ci si concentrava sugli aspetti esterni al suo obiettivo di profitto, giustificandolo attraverso i suoi comportamenti etico-sociali, il settore pubblico ha ritenuto di doversi soprattutto impegnare sul fronte dell’efficienza, dando per scontato il valore intrinseco del suo essere e del suo operato. All’obiettivo dell’efficienza sono stati subordinati tutti i parametri, non solo quelli della qualità del servizio ma anche, paradossalmente, quelli etico-sociali: così la pubblica amministrazione ha visto proliferare gli appalti al massimo ribasso e il ricorso indiscriminato al lavoro precario, fiorente soprattutto nel sistema formativo e nel settore dei beni culturali [12].

Attraverso un percorso che non è qui il caso di ricostruire, siamo pian piano pervenuti al rovesciamento della prospettiva originaria: se all’inizio si esigeva che il privato accompagnasse il successo economico con le prove della sua restituzione alla comunità, adesso l’impresa viene elevata a modello proprio nella sua essenza di macchina per la generazione di profitti – tanto che di recente si va proponendo la cancellazione dell’art. 41 della Costituzione in quanto impedimento al libero dispiegarsi dell’iniziativa economica come bene in sé – ed è essa stessa a fissare i criteri di valutazione per il settore pubblico.

Le riforme della pubblica amministrazione, e soprattutto del welfare, dei beni culturali e del sistema formativo, sono l’esito conseguente di questo corso: il settore pubblico è chiamato a conformarsi alla logica di funzionamento dell’impresa privata e, dunque, incessantemente richiesto di giustificare la sua stessa esistenza in termini di remuneratività immediata e interna. I beni sociali e chi li produce si trasformano in semplici output, atti di servizio scorporati da saperi, esperienze e valori, il cui mantenimento è condizionato dallo loro sostenibilità economica. Le riforme si traducono quindi in misure di “efficientamento”, nelle quali si dissolve progressivamente il concetto di efficacia e si oblitera la ragion d’essere dei servizi di pubblico interesse [13]. Contestualmente la cittadinanza stessa sembra dimenticare che i beni sociali e chi li produce sono beni in sé, da preservare a vantaggio della collettività.

2. L’università [14]

È quanto sta accadendo all’università: viene riformata perché costa troppo e va efficientata, non perché non è più o non è abbastanza efficace. Il discorso, a questo punto, deve farsi congiunturale: l’università è infatti da un quindicennio destinataria privilegiata di attenzioni riformatrici, con particolare intensità negli ultimi due anni, tanto da essere diventata oggetto di un inusuale interesse mediatico, senza per questo risultare meno oscura nelle sue finalità istituzionali e nei suoi meccanismi di funzionamento [15].

Le sue colpe sono certamente molte, proporzionali al maggior numero di gradi di libertà del suo sistema: rispetto all’insieme del settore pubblico l’università gode infatti di un regime speciale, la Costituzione definendo libere l’arte e la scienza e così il loro insegnamento, e prevedendo che le istituzioni di alta formazione possano darsi autonomi ordinamenti. Queste definizioni, all’art. 31, non si soffermano sulla natura e le funzioni dell’università, non ne giustificano l’esistenza: la scienza e l’arte, come la famiglia e la salute, sono colte come valori da tutelare e onorare, risorse della nazione [16]. In questa concezione, e in quel momento storico, non si è ritenuto necessario esplicitare che alla libertà deve corrispondere la responsabilità, quella sottesa ai Rapporti etico-sociali di cui si occupa il Titolo II, un ambito che non è completamente pubblico né interamente privato, quello proprio di una libertà che trova i suoi criteri nel senso dei legami con l’insieme della collettività [17].

Una libertà che, sotto molti aspetti, le università non hanno esercitato responsabilmente: se l’istituzione pubblica, caratterizzata da immediate finalità sociali, dovrebbe dedicare ogni cura a orientare il suo operato al compimento del suo mandato e ad impiegare gli strumenti più efficaci per darne conto, non si può negare che, in larga misura, le università hanno declinato l’autonomia isolandosi dal corpo sociale, si sono lasciate scivolare in un’auto-referenzialità insieme opaca e arrogante, nutrendo, proprio per questo, intensi sensi di colpa, come tradisce il fatto che il sistema universitario non abbia seriamente cercato di combattere una buona battaglia, ma si sia limitato al tentativo di ridurre il danno negoziando la resa direttamente col Governo, senza mettere in discussione l’ispirazione fondamentale di una riforma che concepisce l’università essenzialmente come una voce di costo da ridurre.

Sconcerta rilevare come l’università stessa non riesca a spostare il confronto sul campo appropriato, a fare capire come questa riduzione a voce di costo, comprimibile in base priorità di ordine diverso e più alto, non solo non renda giustizia alla sua costitutiva ragion d’essere ma sia un vulnus alla dignità del Paese e alla sua stessa capacità di nutrire un’idea di futuro [18].

La riforma si colloca all’interno di un momento di passaggio che modifica le gerarchie dei valori e assegna all’alta formazione un ruolo diverso rispetto al passato, mentre la struttura produttiva del Paese viene riplasmata al fuoco della crisi. In momenti come questi pensare la responsabilità sociale come un’agenda significa prima di tutto riconoscere il dissolvimento di un patto sociale e impegnarsi a stipularne uno nuovo: per questo occorre individuare i propri stakeholder, dargli voce, mettersi in ascolto, capire cosa non ha funzionato, cercare una nuova legittimazione [19].

3.1. Primo spunto teorico

Introduco il primo spunto teorico: chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo allo scorso Congresso dell’AIB ricorderà benissimo l’appassionato appello che Jean-Claude Guédon ci ha rivolto per fare ancora un altro passo, forse quello più importante, nella trasformazione in senso, vorrei dire, conviviale della ricerca scientifica internazionale utilizzando la leva dell’Open Access [20].

È venuto il momento di scardinare il meccanismo di valutazione imperante, con le sue bibliometrie fintamente oggettive e in realtà funzionali a un modello di ricerca centralistico e gerarchico. Attraverso l’Open Access possiamo mettere a punto metodi diversi di valutazione che ci liberano dall’ossessione per il ranking, sviluppando bibliometrie alternative, fuori dal mainstream e con strumenti trasparenti e aperti. L’attuale sistema della ricerca, interamente sotto il controllo di privati, ha trasformato la scienza da amichevole conversazione in dura competizione, così pervertendone la natura. La parola d’ordine dell’eccellenza è proprio il contrario della ricerca della qualità, copre un disegno di scienza svincolata da obblighi sociali e una figura di ricercatore competitivo e teso alla ricerca del prestigio individuale. La creazione del sapere non si può separare dall’impegno alla sua diffusione attraverso un accesso libero e gratuito che metta tutti i cittadini in grado di parteciparvi, di goderne i benefici, di discuterne le implicazioni e le applicazioni. Non si tratta di divulgare la scienza ma di fare della conoscenza, per tutti, un impegno personale e un oggetto di responsabilità personale.

Guédon sottolinea che l’Open Access è connaturale a un’idea di impresa scientifica socialmente utile e orientata alla ricerca di una qualità non assoluta ma adeguata e che, al tempo stesso, questo interessa le biblioteche in quanto pubbliche: insomma, università e centri di ricerca che facciano ricerca sensata e di buona qualità reinsediandosi nei loro territori, rispondendo a domande socialmente orientate, e che restituiscano alla comunità i frutti del loro lavoro anche attraverso le biblioteche [21].

3.2. Secondo spunto teorico

È certo grave che il progresso scientifico non sia citato tra i compiti istituzionali dell’università nell’art. 1 del DDL Gelmini, ma l’università non è soltanto la sede – non l’unica peraltro – dell’advancement of learning [22]. È il luogo in cui le nuove generazioni apprendono dai maestri deputati a questo incarico il sapere necessario a fare funzionare gli ingranaggi di un paese avanzato, è la fucina dei professionisti, nei campi tecnico-scientifici come in quelli organizzativo-gestionali, è la sede di riproduzione e trasmissione dei saperi identitari, comunicativi, simbolici, nei quali si rispecchia e si rinnova continuamente la comunità. Per questa via le università sono state tradizionalmente riconosciute come un vantaggio competitivo delle loro aree di insediamento.

Ora, la geografa Paola Bonora, in un seminario su Bologna [23], ha rilevato che alla sua indagine non risultava che l’output di ricerca prodotto dall’Alma Mater si fosse depositato sul territorio in misura apprezzabile, ne costuisse un asset. Nell’intreccio tra reti corte e lunghe, si direbbe che le seconde prevalgano, scavalcando il luogo stesso di produzione.

Ipotizzando che quanto rilevato per Bologna valga anche in generale, potremmo trovarci davanti a un effetto – perverso, perché disegna uno spostamento della conoscenza verso le aree più ricche, impoverendo quelle di partenza e confermando la debolissima capacità di attrazione del nostro Paese – dei processi di internazionalizzazione. Le più recenti politiche universitarie hanno infatti progressivamente spostato il focus dell’università sulla ricerca, rendendo allo stesso tempo sempre più complicato farla: ci sono sempre meno soldi, bisogna procurarsi finanziamenti dall’esterno, soprattutto dall’UE; a questo fine occorre stilare progetti, trovare partner in altre università, cercare di pubblicare i risultati su riviste prestigiose, ecc.

I ricercatori, costretti a gettarsi nella mischia per procacciarsi i mezzi con cui condurre il proprio lavoro, si uniformano ai criteri internazionali di valutazione per pubblicare sulle riviste più prestigiose, prescindendo da considerazioni di scuola e dal senso di radicamento in una comunità, percependosi e rappresentandosi come componenti di una classe creativa apolide che non ha doveri che verso il sapere. Così la competizione tra i ricercatori si gioca in modo sempre più individuale, e la stessa geografia disciplinare è alterata dall’imperativo di pubblicare sulle riviste più prestigiose, che sono principalmente quelle anglosassoni: i campi di studio che non si prestano all’internazionalizzazione vengono penalizzati, e così i loro cultori, nella valutazione e quindi nei finanziamenti e nelle carriere.

A queste considerazioni si possono collegare le analisi che si sono succedute, nell’ultimo decennio, sull’asincronia tra mercato del lavoro e competenze licenziate delle università, diagnosticata, di volta in volta, come segno dell’arretratezza del nostro sistema produttivo, incapace di assorbire un’offerta di forza-lavoro “sovraqualificata”, oppure come prova della distanza dell’università dagli effettivi bisogni del mercato del lavoro (come se il rapporto fosse a senso unico e il sistema formativo non potesse/dovesse a sua volta modificare quello produttivo): questi temi hanno spesso punteggiato la riflessione sulle ricadute della riforma del “3 + 2” e guidato ricognizioni e proposte di nuovi scenari [24].

Insomma, sembrerebbe che le università si allontanino dai territori, vale a dire soprattutto dalle città [25], peraltro anch’esse attratte nel circolo della competizione globale [26]. Forse qui troviamo una delle cause del malfunzionamento nel rapporto dell’università con gli stakeholder e l’indicazione della necessità di tornare a innestarsi nel tessuto sociale, di tornare, non solo ad essere, ma anche ad essere percepita dal vicinato come un’istituzione che serve, un asset del territorio.

Nella – peraltro discussa – teoria della classe creativa di Florida [27], le università e le agenzie culturali in genere sono individuate come un ingrediente decisivo per la creazione del milieu adatto alla produzione di idee e di ricchezza, in una visione che fa della cultura in tutti i suoi aspetti il fattore primo dell’economia. Questo nucleo di idee, che si ritrova negli studi sulle “città creative”, sembra convergere con la rilevanza della presenza di istituti di alta formazione per lo sviluppo economico delle città evidenziata dagli studi di sociologia e di economia urbana [28]. Altrettanto diffuso è il consenso nel ritenere l’investimento su Ricerca & Sviluppo il motore dell’economia e, in questa fase, la chiave d’uscita dalla crisi.

La circolarità virtuosa tra livello dei saperi, soprattutto tecnico-scientifici, e crescita economica si conferma alla piccola come alla grande scala. Semmai, come fanno notare i teorici più avvertiti, il problema maggiore è quello dei processi decisionali e delle procedure che garantiscono la durata dei progetti di rilancio urbano [29].

3.3. Terzo spunto teorico

L’ultimo spunto teorico che voglio richiamare – ma in realtà il primo – è quello con cui Antonella Agnoli da un po’ di tempo in qua ci pungola (come un antropotecnico invito a cambiare il nostro mestiere, se non la nostra vita [30]): quello delle piazze del sapere, delle biblioteche (pubbliche) come luoghi d’incontro, fisico e mentale [31]. Agnoli ci costringe a una completa decostruzione del modo di auto-percepirci come bibliotecari: non solo obiettivi, capacità, formazione, attività sono riprogettati nella prospettiva dei nostri utenti, ma questi ultimi sono presi per quello che sono, senza nessuna pretesa normativa. Non è soltanto che siamo al loro servizio, ma i contenuti stessi della nostra offerta sono determinati dalla domanda. Domanda necessariamente plurale, quando non conflittuale, perché molteplici sono i pubblici che varcano la soglia delle nostre biblioteche, per tacere di quelli che non lo fanno e che dovremmo conquistare. Chiamando i bibliotecari a riprogettarsi in modo lungimirante e consapevole, in un contesto di reciprocità multilaterali che esigono la continua differenziazione e quindi integrazione di bisogni e di risorse, Agnoli ha compiuto il gesto inaugurale della responsabilità sociale: ha evocato la platea degli stakeholder, l’espressione sensibile della responsabilità [32].

4. Possibili applicazioni per le biblioteche universitarie

Cosa può dirci tutto questo riguardo al nostro problema, il recupero di legittimazione per l’istituzione università? E, in questo processo, quale ruolo possono giocare, all’interno dei gradi di libertà del proprio sistema, le biblioteche universitarie?

Guédon suggerisce: libero accesso alla conoscenza per tutti, perché tutti ne diventino fruitori e insieme produttori, punti della rete. Gli studiosi dei fenomeni urbani ci ricordano che la città è il luogo della molteplicità e delle differenze e della loro convivenza creativa. Antonella Agnoli ci racconta una biblioteca aperta, inclusiva, “accomodante”, dove bibliotecari tuttofare (che dovrebbero chiamarsi in modo diverso) lavorano con i cittadini e con gli amministratori per creare e ricreare la possibilità di un luogo libero dai condizionamenti delle merci.

Sono modi diversi di declinare una preoccupazione di pluralità e di inclusività per la quale la responsabilità sociale ha messo a punto una versione estesa, la responsabilità sociale territoriale: in questo modello il soggetto della responsabilità sociale non è più la singola impresa – privata, for profit, non-profit o pubblica – a fronte di una pluralità di stakeholder, ma l’insieme dei soggetti – collettivi, imprenditoriali, istituzionali, fino al singolo cittadino – che compongono la totalità dei portatori d’interesse di un sistema territoriale e al suo interno giocano di volta in volta o contemporaneamente diversi ruoli. Si tratta di un approccio che sviluppa gli spunti già presenti nella teoria multi-stakeholder [33] per giungere a una ricostruzione dello scenario sociale tendenzialmente completa, e dove tutti gli attori sono mutuamente responsabili di un interesse collettivo che è, nello stesso tempo, economico, sociale, culturale, ambientale [34].

Prendendo per buono un modello come questo [35], che cosa possono fare le biblioteche per declinare qualche aspetto della responsabilità sociale delle università? In quale ambito, verso quali portatori di interesse e attraverso quali azioni?

Mi sembra che le biblioteche possono prima di tutto concorrere a riattivare o a cercare di stabilire una buona comunicazione con quello che sta dentro e intorno all’università: ad esempio contribuendo a riorientarla verso gli studenti e verso il territorio, e così a rivedere le sue priorità degli ultimi decenni. Le biblioteche dell’università hanno un carattere peculiare: all’interno della propria istituzione, sono il luogo in cui si interfacciano il sapere consolidato e quello che si cerca e che cresce sul primo, uno snodo privilegiato sul quale transitano gli scambi produttivi della comunità accademica. Ma uno snodo anche verso altri percorsi e altre mete. Perché il sapere straripa dai suoi luoghi generativi, anzi il suo esondare ne prova la vitalità.

Mi sembra, questo, un punto di forza su cui lavorare per rafforzare la percezione della nostra utilità da parte dell’esterno. Prima di tutto prendendoci cura dei nostri studenti. Dentro l’università gli studenti sono diventati marginali, non per scelta consapevole ma come conseguenza di quella macchina della ricerca alla quale si accennava sopra: una macchina complicata e che richiede continue attenzioni, rispetto alla quale la didattica finisce col diventare un intralcio. Anche perché il sistema di valutazione premia i docenti che scrivono, non quelli che insegnano bene.

Eppure, gli studenti sono la nostra prima e più vistosa cerniera verso l’esterno e verso il futuro: del territorio ci portano richieste e disagi, a cominciare da quelli sullo spazio e sul tempo; del secondo la sfida di riuscire a diventare un punto di riferimento nel tempo. Fornirgli servizi adeguati e specifici, coerenti con una didattica per la quale lo studio in biblioteca non sia una variabile indistinta ma una componente strutturata del percorso di apprendimento, forse ne farà naturalmente utenti post-universitari inclini a pensare alla loro vecchia biblioteca come al posto giusto per l’aggiornamento e l’auto-formazione. Soprattutto, non possiamo permetterci di continuare a dirottarli sulle biblioteche pubbliche: quello di allestire biblioteche attrezzate, spaziose, comode, con orari di apertura ampi, va posto come un obiettivo primario in quanto fattore qualificante dell’offerta didattica e tratto forte del processo di internazionalizzazione.

A parte tutto, i “nostri” utenti sono loro, più che i docenti e i ricercatori che lavorano prevalentemente al computer nei loro studi, in qualche università del mondo. Forzando la metafora rispetto alle finalità del suo saggio [36], si potrebbe dire che nella polarità esplorata da Escobar tra spazio pubblico/casa e spazio privato/piazza, le università italiane rischiano di ritrovarsi sempre più nel primo termine: si tratta, appunto, di case altamente infrastrutturate e connesse con la rete globale del sapere, ma spaesate rispetto al territorio, quasi dei non-luoghi.

Per questo le biblioteche universitarie sono importanti: sono luoghi reali, i più pubblici dell’università; occupano spazi fisici ben definiti in una città, sono abitate e attraversate da corpi, soprattutto di giovani donne e uomini per i quali sono tra i pochi posti in cui possono incontrarsi gratis.

Non solo con altri studenti: le biblioteche universitarie, infatti, devono aprirsi ai cittadini e al territorio tutto.

Non solo in centri urbani privi di una rete di biblioteche pubbliche, in cui il sistema bibliotecario d’ateneo può surrogare o potenziare questo servizio – come il caso di Salerno illustrato da Marcello Andria nello scorso Congresso AIB – ma anche dove esistono maturi sistemi bibliotecari comunali si possono e si devono utilmente unire le forze. In una fase di contrazione delle risorse, le biblioteche dell’università potrebbero stimolare una riprogettazione dei Poli per farne dei sistemi bibliotecari cittadini realmente integrati e capaci di mettere in sinergia le caratteristiche diverse e complementari delle diverse tipologie di biblioteche.

L’università tornerebbe così a radicarsi nei luoghi due volte: quelli della città e quelli delle biblioteche, questi ultimi come porte d’accesso all’università. In questo lasciarsi riappropriare da un pubblico ampio e diversificato le biblioteche possono fornire alle università un efficace canale di rilegittimazione. Nel farlo, entrano anch’esse nel movimento delle piazze del sapere, accettano di confrontarsi con “i 17 punti da non dimenticare” e di riprogettarsi in un agone multiverso.

Perché le biblioteche dell’università sono speciali ma sono soprattutto biblioteche, inserite nella rete di tutte le biblioteche e, in quanto luogo di smistamento di quella strategica ricchezza delle nazioni che è la conoscenza, biblioteche pubbliche. In questo senso l’Open Access può leggersi nel senso della responsabilità sociale, come allargamento dei diritti di cittadinanza.

Se l’università non vuole limitarsi a sopravvivere ma riprendere il ruolo che le compete in una società avanzata, deve scendere sul terreno della lotta per il riconoscimento, non a Roma o nelle agenzie di ranking ma, come dimostra il successo degli atenei che hanno forti rapporti con i rispettivi territori, combattendo città per città.

Leonarda Martino, Biblioteca del Dipartimento di Scienze Giuridiche “A. Cicu” – Università di Bologna, e-mail: leonarda.martino@unibo.it

Bibliografia

[1] Mario Viviani, Specchio magico. Il bilancio sociale e l’evoluzione delle imprese, Bologna, Il Mulino, 1999.

[2] GREEN PAPER Promoting a European framework for Corporate Social Responsibility, COM (2001), .

[3] Lorenzo Sacconi, Responsabilità sociale come governance allargata d’impresa: un’interpretazione basata sulla teoria del contratto sociale e della reputazione, “LIUC Papers. Serie Etica, Diritto ed Economia”, 11, (suppl. a febbraio 2004), 143, .

[4] Mario Viviani, Dire dare fare avere. Percorsi e pratiche della responsabilità sociale, Bologna, Il Mulino, 2006.

[5] Gianfranco Rusconi, Il bilancio sociale. Economia, etica e responsabilità dell’impresa, Roma, EDIESSE, 2006.

[6] Pier Luigi Sacco – Michele Viviani, La responsabilità sociale d’impresa: prospettive teoriche nel dibattito italiano, “Economia politica”, 25 (2008), 2, p.317-50.

[7] Emiliano Mandrone – Nicola Massarelli, Quanti sono i lavoratori precari, 21/03/2007, http://www.lavoce.info/articoli/pagina2633.html.

[8] L’università in Italia fra età moderna e contemporanea. Aspetti e momenti, a cura di Gian Paolo Brizzi e Angelo Varni, Bologna, CLUEB, 1991.

[9] L’Università tra Otto e Novecento: i modelli europei e il caso italiano, a cura di Ilaria Porciani, Napoli, Jovene, 1994.

[10] Raffaele Simone, L’università dei tre tradimenti, Bari, Laterza, 1993.

[11] Marco Santambrogio, Chi ha paura del numero chiuso? Dialogo tra un professore e una studentessa sullo stato dell’università, la competizione e la giustizia sociale, Bari, Laterza, 1997.

[12] Giliberto Capano, La politica universitaria, Bologna, Il Mulino, 1998.

[13] Maurizio Ferraris, Una ikea di università, Milano, Raffaello Cortina, 2001.

[14] Mariano Giaquinta – Angelo Guerraggio, Ipotesi sull’università, Torino, Codice, 2006.

[15] Roberto Perotti, L’università truccata. Gli scandali del malcostume accademico. Le ricette per rilanciare l’università, Torino, Einaudi, 2008.

[16] Francesco Sylos Labini – Stefano Zapperi, I ricercatori non crescono sugli alberi, Bari, Laterza, 2010.

[17] Mauro Moretti, Un pamphlet truccato, “Allegoria 59”, 21 (2009), 1, p. 201-14 (distribuito in formato digitale da Reti medievali, ).

[18] Francesco Coniglione, Università sotto tiro. Miti e realtà del sistema universitario italiano, gennaio 2011, e febbraio 2011, .

[19] Simona Salustri, Un ateneo in camicia nera. L’Università di Bologna negli anni del fascismo, Roma, Carocci, 2010.

[20] Jean-Claude Guédon, Repositioning the meaning of knowledge through Open Access: implications for libraries, 56º Congresso nazionale AIB, Accesso aperto alla conoscenza. Accesso libero alla biblioteca, Firenze, 3-5 novembre 2010, (abstract).

[21] Virginia Gentilini, .

[22] Andra Canevaro, Università. Riformarla o distruggerla, “Gli asini”, (2010), 2, p. 1-8.

[23] Carlo Galli, C’era una volta il professore. Noi travet nell’università svuotata, “La Repubblica”, 20.07.2010, .

[24] Paola Bonora, La città mercificata spettacolo della rendita e del consumo, seminario tenuto il 3 febbraio 2010 presso la Biblioteca Multimediale “Roberto Ruffilli”, Bologna.

[25] Commissione di studio e di indirizzo sul futuro della formazione in Italia, Rapporto sul futuro della formazione in italia, Roma, 10 novembre 2009,

[26] Richard Florida, Cities and the creative class, “City & Community”, 2 (2003), 1, p. 3-19, .

[27] Giandomenico Amendola, Tra Dedalo e Icaro. La nuova domanda di città, Bari, Laterza, 2010.

[28] Richard Florida, L’ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori e professioni, Milano Mondadori, 2003 (ed. orig. 2002).

[29] Richard Florida, La classe creativa spicca il volo. La fuga dei cervelli: chi vince e chi perde, Milano, Mondadori, 2006 (ed. orig. 2005).

[30] A. De Nicola – C. Vercellone – G. Roggero, Contro la creative class, novembre 2007, .

[31] Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città americane, Torino, Einaudi, 2009 (ed. orig. 1961, 1ª trad. it. 1969).

[32] Jane Jacobs, L’economia delle città, Milano, Garzanti, 1971 (ed. orig. 1970).

[33] Creative cities, cultural clusters and local economic development, edited by Philip Cooke and Luciana Lazzeretti, Cheltenham, 2007.

[34] Roberto Grandi, Le città creative, “Il Mulino”, (2010), 6, p. 1037-44.

[35] L’economia della conoscenza. Intervista a Enzo Rullani, .

[36] Responsabilità sociale del territorio. Manuale operativo di sviluppo sostenibile e best practices, a cura di Francesco Peraro e Giampietro Vecchiato, Milano, FrancoAngeli, 2007.

[37] Roberto Escobar, Casa o piazza? Le dimensioni dello spazio pubblico, “Il Mulino”, (2010) 5, p. 717-729.

Note

* Questo articolo riprende il testo della relazione tenuta in occasione del Seminario “Verso una responsabilità sociale delle biblioteche”, Modena, Teatro della Fondazione Collegio San Carlo, 14 dicembre 2010.

[1] Premesso che non esiste una definizione condivisa di responsabilità sociale ([4] p. 18n, [6] p. 320), per un excursus storico e una rassegna delle principali concezioni rinvio allo studio di Sacco e Viviani [6]. Per una densa e stimolante messa a punto vedi anche Antonio Matacena, Responsabilità sociali delle imprese e accountability: alcune glosse, 2008, . Sul tema della RSI assumo come riferimento principale gli studi di Mario Viviani, in specie [1] e la successiva rivisitazione dei temi di questo primo libro compiuta nel più recente [4]. In particolare, ritengo decisiva la disgiunzione operata da quest’autore tra responsabilità sociale e contabilità sociale: “La contabilità sociale tratta degli effetti (economici e non) dell’agire delle organizzazioni nell’ambiente. Il suo tratto principale è l’essere diversa dalle forme ordinarie di contabilità, che hanno essenzialmente natura (e scopo) di tipo economico e finanziario”. ([4] p. 17); “La responsabilità sociale (Responsabilità sociale d’impresa, RSI; oppure Corporate social responsibility, CSR) è invece un aggregato di pratiche e di teorie riguardanti il rapporto tra le imprese e l’ambiente sociale. La si può però anche considerare una specie di movimento culturale (o addirittura politico) che affida alle organizzazioni economiche un ruolo più ampio di quello tradizionale” (ivi, p. 18). Un secondo aspetto molto rilevante è la funzione che Viviani assegna alle pubbliche amministrazione nella chiarificazione concettuale e operativa della responsabilità sociale: “[nel loro caso] la rendicontazione sociale ha avuto fin dall’inizio lo scopo di coinvolgimento e di “conferimento di voice”. Si è così potuto osservare meglio la relazione tra politiche dell’organizzazione, processi di comunicazione, partecipazione e coinvolgimento degli interlocutori.” (ivi, p.20). Infine, Viviani iscrive la responsabilità nel cuore stesso del campo imprenditoriale: all’interno della concezione di “governance allargata” proposta da Sacconi [3] la responsabilità sociale diventa un complesso di leve competitive, decisive per la strategia dell’impresa. Alla luce di quest’approccio, utilizzo la responsabilità sociale come un’agenda che “dovrà dare prima modello, poi corpo alla visione sociale (sempre più sociale) di ciò che l’organizzazione vuole e deve essere”. ([4] p. 91) Per l’importazione e l’adattamento all’interno della biblioteconomia di questi concetti e teorie, rinvio a: Pieraldo Lietti – Stefano Parise, Il bilancio sociale della biblioteca. “Bollettino AIB”, 46 (2006), 1/2, p. 9-20, ricco di spunti problematici non ancora risolti, e a Giovanni Di Domenico, Biblioteconomia e culture organizzative. La gestione responsabile della biblioteca, Milano, Bibliografica, 2009, che ricomprende in una trattazione organica tutti gli strumenti più maturi delle discipline gestionali.

[2] [3] p. 18.

[3] “[…] Un modello di governance allargata dell’impresa, in base alla quale chi governa l’impresa ha responsabilità che si estendono dall’osservanza dei doveri fiduciari nei riguardi della proprietà ad analoghi doveri fiduciari nei riguardi in generale di tutti gli stakeholder.” ([3] p. 5). Il tema viene sollevato per la prima volta nel cosiddetto “Berle-Dodd debate” del 1932: “l’impresa capitalistica comincia ad essere intesa come un’istituzione caratterizzata dalla separazione tra proprietà e controllo. La constatata discrezionalità del management fa sorgere il quesito su quali ne debbano essere gli obiettivi economici ed i vincoli giuridici, cioè altrimenti detto, verso quali soggetti si esprima la responsabilità fiduciaria dei manager […]. Il dibattito sulla responsabilità sociale d’impresa nasce dunque come confronto sulla identificazione, più o meno ampia, dell’interesse sociale dell’impresa e si presenta come la contrapposizione tra prospettive che oggi chiameremmo rispettivamente shareholder e stakeholder value. Fino alla prima metà degli anni ’70, a fronte di una posizione neo-classica che identificava la funzione sociale d’impresa nel mero perseguimento del profitto, si è assistito allo sviluppo di una prospettiva interdisciplinare, che condivide le premesse descrittive di quella che sarà la stakeholder theory: in particolare l’idea che l’impresa abbia ‘doveri’ nei confronti di una pluralità di soggetti o di istanze sociali, non riassumibili nel perseguimento del risultato reddituale. È il periodo della prima riflessione… sul concetto di responsabilità sociale d’impresa […]. È in particolare dall’inizio degli anni ’80 che si diffonde […] il concetto di stakeholder, definito come ‘qualsiasi gruppo o individuo che può aver un influsso o è influenzato dal raggiungimento dello scopo di un’organizzazione’. La teoria degli stakeholder, che costituisce uno dei pilastri dell’analisi della CSR e in genere dell’analisi strategica ed organizzativa, è caratterizzata da una molteplicità d’impiego […]. La teoria degli stakeholder può essere infatti utilizzata in termini descrittivi, cioè per analizzare l’impresa come costellazione di interessi cooperativi e conflittuali, in termini strumentali – quale che sia lo scopo dell’impresa la gestione delle relazioni con gli stakeholder ne determina l’efficienza; o normativi – cioè gli stakeholder e i loro interessi sono i fini e non semplicemente i mezzi dell’attività d’impresa. ([6] p. 318-9). Sull”approccio stakeholder’ e i suoi dilemmi, v. anche Rusconi [5] p. 29-39.

[4] Cfr. Viviani [1] p. 149-150. L’A. accosta agli anni ’70 americani gli anni ’90 italiani.

[5] Cfr. Rusconi [5] p. 55-9.

[6] In questa chiave va letta la diffusione di Codici Etici, di Bilanci Sociali, Ambientali, di Missione, vale a dire tutti quegli aspetti della Contabilità Sociale in senso lato con cui negli anni ’90 la RSI ha finito con l’identificarsi: “le crisi di ordine morale producono la scomparsa (o almeno il cattivo funzionamento) del mercato. La riforma morale ripristina il mercato. Il bilancio sociale, l’introduzione dei codici etici sono azioni che tendono al ripristino di condizioni di base perché il mercato funzioni”. (Viviani [1] pp. 150); v. anche Sacco e Viviani [6] p. 319.

[7] È l’approccio, che si suole ricollegare all’Economia Sociale di Mercato, cui dà espressione ad esempio l’art. 41 della nostra Costituzione: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

[8] Il primato dell’assunzione di impegno su base volontaria si può riconoscere nell’impianto dell’importante documento strategico emanato dalla Commissione Europea nel 2001 [2].

[9] “Il fatto che l’organizzazione debba essere consapevole degli effetti sociali che derivano dalla sua azione non è solamente necessario secondo un criterio morale, ma anche perché l’organizzazione potrà sospravvivere e prosperare in proporzione alla sua capacità di controllare e impiegare il massimo numero di variabili, tra cui quelle sociali.” [4] p. 97.

[10] “[…] Che necessità ha l’amministrazione pubblica di una contabilità sociale, nel momento in cui essa stessa è per definizione sociale? Si tratta di un interrogativo legittimo, che però rappresenta quasi un trabocchetto per le imprese e le amministrazioni pubbliche: proprio in ragione della loro natura immediatamente sociale […] esiste per loro una “presunzione di di socialità” e di eticità di comportamento che invece […] devono essere costantemente verificate.” ([1] p. 101); “[…] proprio perché per definizione essa è sociale, in una amministrazione pubblica i modelli di descrizione-controllo devono essere sociali. Il bilancio sociale non è dunque un’altra forma ma la forma che descrive l’attività” (ivi, p. 108).

[11] Come conseguenza del ritenere scontati i propri fini sociali (la propria efficacia), l’amministrazione pubblica può “tendere addirittura a preferire un sistema di comunicazione e rendicontazione che metta in rilievo l’efficienza, di solito considerata il suo punto debole. [La carenza di risorse, la farraginosità procedurale e organizzativa hanno fatto crescere] un vero e proprio movimento di pensiero che ha privilegiato tutto ciò che sviluppava o permetteva di misurare l’efficienza” ([1] p. 102).

[12] Non disponiamo ancora di una rappresentazione affidabile della situazione del lavoro precario nel nostro paese, principalmente per ragioni metodologiche: v. Mandrone e Massarelli [7].

[13] “Se si utilizza un messaggio incongruo per descrivere una azione se ne riceve un feedback incongruo: se per descrivere una azione sociale utilizziamo […] un apparato descrittivo solo economico, il feedback che riceviamo ha carattere economico e – via via – noi siamo portati a trattare il fenomeno unicamente con il sistema descrittivo (e dunque epistemologico) che abbiamo scelto. Alla fine il solo metro che adopereremo sarà quello economico, ma ciò ci allontanerà dalla motivazione che ha dettato l’azione […]. L’adozione di tecniche di bilancio sociale per le attività pubblico-amministrative può essere considerata un riavvicinamento tra la natura delle scelte e i suoi sistemi di descrizione e controllo” ([1] pp. 100-1).

[14] La “questione universitaria” è un topos risalente nella nostra storia nazionale: i nodi della centralità della ricerca pura oppure della formazione professionale, dei meccanismi di reclutamento, dei criteri di allocazione dei finanziamenti, del rapporto tra autonomie e governo centrale, del confronto con i sistemi universitari dei paesi europei più avanzati, animano con diversi gradi di intensità il dibattito sull’università già dall’epoca post-unitaria. Per un inquadramento d’insieme rinvio a [8] e [9].

[15] Negli ultimi due decenni intorno alla crisi dell’università e alla necessità di una sua riforma è venuto a formarsi un vero e proprio genere letterario, di cui il capostipite è probabilmente [10] (più volte ripubblicato, fino al 2000, con il sottotitolo Un dossier ancora aperto). Della vasta, e ripetitiva, letteratura sul tema, segnalo solo alcuni titoli: [11], [12], [13] (riedito nel 2009 col sottotitolo Alla prova dei fatti); [14] e [16].

All’interno di questo filone “della crisi” – i cui temi dominanti sono la prima fase di riordino conosciuta come la “riforma Ruberti”, la riforma del “3 + 2”, la valutazione della ricerca, il rapporto tra università e mercato del lavoro, i finanziamenti del sistema di formazione superiore, il reclutamento e le carriere, la “riforma Gelmini” – è fiorito un sotto-genere che si potrebbe etichettare come “denigratorio”, del quale cito il titolo più rappresentativo: [15] a proposito del quale vedi la puntuale recensione di Moretti [17] e le contro-argomentazioni mosse da Coniglione nella sua esauriente e documentata rassegna delle tesi principali di quest’orientamento [18].

[16] Il dettato costituzionale va ricondotto anche all’esigenza di riaffermare pienamente la libertà accademica, dopo la subalternità e la strumentalizzazione che avevano caratterizzato la vita delle università durante il fascismo. “Se uno dei principali intenti della riforma Gentile, varata nel settembre del 1923, era proprio quello di porre un freno alla disoccupazione intellettuale, riducendo i canali di accesso alle università e, di conseguenza, il numero sempre crescente di iscritti, tale finalità viaggiò parallelamente alla volontà fascista di sottoporre gli atenei italiani a una sorte di “autonomia blindata” che lasciasse il potere decisionale nelle mani del centro” ([19] p. 38).

[17] “La Costituzione italiana è la fonte dei nostri diritti. Essa li definisce e li tutela […]. Ciò che la Costituzione tratta di meno, o non tratta per nulla, è l’esigenza che le tutele dei diritti si innestino in un quadro socialmente rispettato, dove oltre ai diritti siano garantite anche regole di relazione” ([4] p. 29), “[…] regole di relazione che saranno tanto più eque e sociali quanto più faranno riferimento alla responsabilità (alla pari responsabilità) d’ognuno” (ivi, p.31).

[18] Tra le sei metafore proposte da Viviani per descrivere l’intentio profonda, e non sempre esplicita, con cui un’impresa adotta il bilancio sociale, la sesta è quella che coglie precisamente il comportamento dell’università in questi ultimi anni: “[…] C’è il caso di assenza di bilancio sociale, di assenza di manifestazioni di cambiamento, ma soprattutto di blocco comunicativo […]. Possono esistere dei casi in cui l’impresa avverte tutte le minacce, tutta la negatività della situazione […]. Ma essa non ha né il coraggio né la capacità di staccarsi dalla sua configurazione (del mercato, dell’organizzazione, delle relazioni dominanti) che è l’unica che conosce e l’unica all’interno della quale riesce ad interpretarsi […]. In questi casi, il suo complesso valoriale – pur esistente – non riesce a spingere all’azione e la tendenza è tipicamente quella del silenzio, della mimesi totale con l’ambiente, come se si volesse scomparire, o non essere per nulla percepiti […]; molte di queste imprese avrebbero argomenti e meriti che non solo potrebbero smuovere a loro vantaggio la percezione sociale, ma […] potrebbero rimettere in movimento la loro cultura e la loro capacità di interpretarsi in modo meno negativo” ([1] pp. 158-9).

[19] “Il compito più evoluto del bilancio sociale è di permettere l’assunzione di scelte che incidano fortemente sull’assetto dell’impresa. Deve insomma servire a produrre una nuova idea qualitativa della gestione dell’impresa […]. Definire nuove mete qualitative per l’impresa può produrre ottimi effetti, soprattutto in condizioni di forte turbolenza […]. Il cambiamento delle imprese ha soprattutto natura qualitativa, e il domani dell’impresa può essere più facilmente traguardato attraverso quelle visioni” ([4] pp. 24-5).

[20] Dell’intervento di Guédon è disponibile in rete soltanto l’abstract [20]. Virginia Gentilini ne ha dato un puntuale resoconto [21].

[21] La visione umanistica e quasi illichiana di Guédon ha più di un punto di contatto con quella di Andrea Canevaro, nel comune rifiuto di un’eccellenza astratta, luogo del dominio del merito: “[…] Un’università dovrebbe poter decidere di avere corsi di eccellenza, ad accesso fortemente selettivo, accanto a corsi aperti a più ampia partecipazione, impegnandosi a non fare che questi siano considerati con sopportazione malcelata, privilegiando i primi. Un’università può (deve?) fare una politica, ben inteso: universitaria, complessa” ([22] p. 5).

[22] Per una riflessione lucida e densissima su questi aspetti rinvio a [23].

[23] [24].

[24] Si veda in particolare [25]. Utile anche la lettura dell’intervista a De Rita, Gli scenari della formazione in Italia. 01.02.2010, .

[25] Si tratterebbe di un fenomeno inedito nella storia delle università italiane, per le quali è sempre stato fortissimo il rapporto con la realtà locale: Simona Salustri sottolinea come, nella storiografia, alla visione generale “si è affiancata la necessità di considerare l’università come centro culturale nazionale e, contestualmente, come luogo di cultura e di potere sul quale [confluiscono] tensioni locali e sul quale [pesano] forti interessi economici” ([19] p. 15). Il suo libro dimostra la forza di questo radicamento territoriale anche sotto le spinte centraliste del regime fascista, in un intreccio complesso di interessi e influenze che creò “un rapporto di “mutuo sfruttamento” tra i diversi agenti in campo” (ivi, p. 17).

[26] V. [26] e il cap. La città impresa, p. 27-37 in [27].

[27] V. [28] e [29]. Sulle tesi di Florida v. l’interessante saggio [30] e ancora [27] passim.

[28] Su questo tema rinvio a [31], [32] e [33]. Su quest’ultimo v. anche la stimolante recensione di Udo Staber, “Growth & Change”, 39 (2008) 4, p. 667-670

[29] Grandi, oltre a sottolineare il rischio del prodursi di un creative divide, evidenzia come anche i processi e non solo gli obiettivi debbano essere creativi: “la creatività non è solo una caratteristica peculiare della produzione artistica, ma può essere considerata anche come l’invenzione di modi innovativi per risolvere i problemi. Partendo da questa definizione è importante che le istituzioni si impegnino a introdurre metodologie creative, in quanto innovative, all’interno dei processi decisionali che riguardano gli ambiti dell’agire politico, economico e sociale.” ([34] p. 1043-4. Per Amendola, il punto davvero importante non è tanto la creatività quanto l’innovazione: e quest’ultima ha bisogno di radicarsi, quindi necessita di infrastrutture, materiali e immateriali, in grado di consolidare in un processo cumulativo l’innovazione ([27], p. 31-32).

[30] Peter Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, Milano, Raffaello Cortina, 2010.

[31] V. [36]. La Biennale di Architettura di quest’anno, che aveva per titolo People Meet in Architecture, accoglieva i visitatori della sezione dell’Arsenale con un video in 3-D di Wim Wenders, If Buldings Could Talk, un poema visuale composto sulle linee del Rolex Learning Center dell’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (). Wenders lo descrive così: “The building you will encounter is a particularly gentle and friendly one, made for learning, reading and communicating. Its hills and valleys (yes, they exist in there) are eager to welcome you, to help, to be of service, and to be, in the best sense of the word, a meeting place.”, . Vedi anche Antonella Agnoli, Le biblioteche nella crisi, “Biblioteche oggi”, 11 (2010), p. 6-9. Sulla piazza come luogo reale – il luogo del popolo – e simbolico – il luogo della circolazione dei saperi – ha scritto pagine interessanti Beatrice Collina, Piazza, in I luoghi della letteratura italiana, a cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, Milano, Bruno Mondadori, 2003, p. 285-297. Escobar prefigura “una ritrovata capacità dei privati – individui, movimenti, associazioni – di parlare e di fare in pubblico: ossia di agire nel luogo dell’incontro, della discussione, del conflitto, della solidarietà” ([37] p. 727).

[32] “Lo stakeholder è […] una costruzione virtuale che si forma quando l’organizzazione si interroga sulla sua responsabilità. È il problema morale che produce la proiezione detta stakeholder e, almeno inizialmente, esso non è altro che un mezzo per dare forma esprimibile alla responsabilità” ([4] p. 246). Anche per Viviani, il processo di instaurazione della responsabilità sociale è multilaterale: “La RSI è un processo tendenzialmente paritario, che impone lo sviluppo di competenze e di consapevolezza anche da parte degli stakeholder […]; responsabilità sociale come “costruzione dei suoi pubblici”, o come costruzione dell’uditorio….il processo di RSI non può riguardare solo l’impresa. Anzi, dovrebbe riguardare ancor prima gli stakeholder, che dovranno – in proprio o con l’aiuto dell’impresa – far crescere la propria voce, non delegarla a qualcuno” ([4] p. 70). Nel caso dell’ente pubblico, poi, “[esso] è l’unica forma di istituzione che proprio dando forma all’interesse collettivo, dunque esistendo, rappresenta (‘costituisce’) i suoi stakeholder […]; è l’unico caso in cuigli stakeholder preesistono all’organizzazione […] in cui la relazione tra gli stakeholder si fissa e si reifica in un’istituzione […]; l’ente pubblico contiene virtualmente tutti gli interessi della comunità e li plasma e li ordina secondo una sua visione, che altro non è che l’identificazione dei propri stakeholder” (ivi, p. 247).

[33] Cfr. Viviani, [1]: “[…] Il bilancio sociale è una modalità di rendicontazione della gestione che identifica i vantaggi che essa ha prodotto per determinate categorie di ‘aventi interessi’” (p. 16). Il bilancio sociale si configurerà come un insieme non sommabile di rendicontazioni ciascuna riferita a una specifica categoria di stakeholder rispetto ai quali l’impresa farà da punto di sintesi: “La teoria degli stakeholder […] mette in discussione l’idea olistica dell’impresa, del suo essere ‘una’ da qualsiasi parte la si guardi; mette in discussione la sua compattezza attorno a un unico nucleo di interessi/comportamenti/motivazioni perfettamente omogeneo e coerente. [L’impresa si presenta così] per quello che è: un agone (una piazza…)” (p. 17).

[34] Vedi [36] e in particolare il saggio di Donata Gottardi, Dalla responsabilità sociale d’impresa alla responsabilità di territorio (p. 22-33), che evidenzia la necessità di “percorrere una prospettiva che da individuale diventi plurale o collettiva, in modo che l’azione dei singoli attori possa coordinarsi e intersecarsi […]. I modelli che possono essere seguiti sono almeno due, seguendo una evidente progressione di intensità: nel primo, si assiste al passaggio da un livello singolo a un livello plurale, di gruppo e associazione di imprese; nel secondo, alla vera e propria sostituzione del soggetto da cui far partire la rete di relazioni, dalla singola impresa alla comunità locale. Nel primo modello, si passa dall’impresa che ha relazioni con i suoi Stakeholders, al sistema di imprese che entra in rapporto con la propria comunità di riferimento. Nel secondo modello, l’impresa da centro della strategia diventa a sua volta uno Stakeholder. Anziché un rapporto attivato dal singolo soggetto nei confronti dei suoi interlocutori, si crea una relazione circolare di reciprocità in cui ciascun soggetto diventa, alternativamente, ‘interno ed esterno’ ” (p. 25-26). L’A. sottolinea, oltre alla difficoltà di definire precisamente il territorio di riferimento, che questo modello “non è uno strumento di lettura della realtà; è un progetto. In altre parole, la rete non esiste né si forma naturalmente o, meglio, non è detto che ciò sia e che, quando accade, funzioni nel modo migliore possibile. Occorre perciò costruirla e mantenerla” (p. 29). “Il risultato migliore si realizza, a mio avviso, mediante l’assunzione di responsabilità in rapporti di reciprocità multilaterale, che portino a realizzare sinergie di scambio e di inclusione e che evitino unilateralità e parcellizzazione: singole imprese, singoli settori, singoli temi, singole misure” (p. 31).

[35] E lo prendiamo per buono se non altro perché è un modello complesso: “La responsabilità sociale è […] prima di tutto un atteggiamento: una maggiore dimestichezza con il raggionamento complesso. Il ragionamento complesso è il modo necessario per comprendere e domare la complessità” ([4] p. 38).

[36] “LA PIAZZA COME SPAZIO DI LIBERTÀ. Questo ci sembra sia uno spazio che si possa dir pubblico: non un luogo chiuso, impaurito ed escludente, ma un luogo aperto che avvicini e includa. In esso la possibilità di mutamento (anche biografico) è essenziale. Già con il primo atto politico – l’uscir di casa, oltrepassando il limite del domestico – il singolo si mette in gioco nelle molte relazioni che quel suo atto rende possibili” ([37] p. 719).

«Bibliotime», anno XIV, numero 1 (marzo 2011)