Maurizio Ferraris

Mimica. Lutto e autobiografia da Agostino a Heidegger

Milano, Bompiani, 1992; traduzione spagnola, Luto y Autobiografía, Mexico City, Taurus, 2000.

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Agostino e Montaigne si raccontano verso i quarant’anni, sotto l’impressione del lutto per la morte altrui. Come dire che, malgrado l’avviso di Dilthey nel famoso studio sull’autobiografia, il nostro morire, e l’onere di una memoria fedele come origine della storia, si possono pensare solo nell’ombra del ricordo di un altro. Rousseau e Nietzsche scrivono per offrirsi come esempi ai posteri, dopo essere stati sacrificati dai contemporanei. Commedianti e martiri, non sono nemmeno individui, ma paradigmi, già devoluti all’imitazione. Scrive Nietzsche a Burckhardt: “Quel che è sgradevole e nuoce alla mia modestia è il fatto che io sono ogni nome della storia”.
Heidegger non ha mai scritto un’autobiografia. Però in “Essere e tempo” sostiene che la misura della verità si ottiene rapportandolo a un morire solo nostro. Donde la condanna del lutto e del sacrificio come forme puramente oculari dove, a norma di catarsi, le esequie solenni ci rassicurano sul fatto che per l’intanto sia mo vivi. Ma come potrei conoscere la mia fine se non l’avessi prevista negli altri? Se è così, se l’occhio e lo sguardo sono il presupposto dell’essere per la morte, allora una mimesi e una mimica precedono l’autentico, e il nostro più stretto essere in noi si costruisce nel miraggio e nel ricordo. E tuttavia: davvero gli eroi di Flaubert, che si nutrono di romanzi, vivono un’esperienza del nulla? Certamente. Ma d’altra parte questa vita è stata meno seria per avere rincorso ombre, per essere stata dettata da illusioni?

Indice

EREIGNIS COME ERLEBNIS, p. VII
Fonti, p. 1
I. LUTTO E AUTOBIOGRAFIA, p. 5
II. AGOSTINO COME MONTAiGNE, p. 25
III. ECCE HOMO, p. 47
IV. IL SACRIFICIO DI HEIDEGGER, p. 71
V. EPILOGO, p. 99
Note, p. 129
Indice dei nomi, p. 147

Recensioni

M. Vozza, Il Piccolo, 5 aprile 1993